martedì 17 novembre 2009

MTM, è proprio così difficile cercar di cambiare?

A maggio 2008, a Guasticce, nasce una fabbrica che comincia a produrre con una cinquantina di operai e operaie, con contratto a termine o come interinali.

È un inizio promettente, perché il mercato "tira" e si devono installare altre linee, anzi si deve mettere in piedi una seconda fabbrica, a qualche chilometro dalla prima, a Montacchiello. Nuove assunzioni, sempre con gli stessi tipi di contratto.

Ma il mercato continua a essere favorevole, quindi si raddoppia Guasticce, nel senso che ci si installa una seconda unità produttiva, vicino alla prima, si lascia Montacchiello e si raggiungono i 400 dipendenti, di cui 390 precari e 10 a tempo indeterminato.

È un record assoluto nel panorama italiano, pure pesantemente sbilanciato nel senso della precarietà del lavoro.

A Guasticce, infatti, il rapporto tra contratti a tempo indeterminato e quelli a termine o interinali è di 1 a 39. Cioè, su 40 dipendenti, 1 solo è stabile e 39 sono precari, come ai tempi della cosiddetta "rivoluzione industriale". Ma s'era nel 1800!

Intanto, la Direzione si arrampica sugli specchi per tentare di giustificare questa mostruosità contrattuale raccontando ai giornali che l'azienda si deve ancora assestare sul mercato, su cui si trova da appena (!!!) 18 mesi.

E così, la barca va, ma va come un tempo andavano le galee, o galere come si chiamavano, dove a remare erano installati i galeotti, cioè disgraziati resi schiavi e incatenati ai remi.

Si dirà che i lavoratori della MTM (sì, parliamo proprio di lei!) non sono schiavi e non hanno le catene e, se vogliono smettere di remare, sono liberi di tuffarsi in mare.

Ma non si dice che, anche se sanno nuotare, rischiano di fare una finaccia, perché quello è il mare della disoccupazione, dove ai 2milioni e mezzo di disoccupati di un anno fa se ne sono aggiunti altri 500mila in questi mesi di crisi economica, mentre almeno altrettanti se ne aggiungeranno nei prossimi 12 mesi.

E' troppo dire che questo permette alla Direzione di ricattare i suoi dipendenti?

Per non parlare delle condizioni di lavoro, fatte:

•- di ritmi sempre più insostenibili, frutto del controllo asfissiante sui tempi di lavoro e del loro continuo taglio;

•- di riduzione progressiva del numero di postazioni per linea, cosa che, insieme alla intensificazione dei ritmi, determina un enorme aumento dei livelli produttivi;

•- della posizione pesantemente tesa e ricurva con cui il nostro corpo deve stare sulla postazione, che è un autentico massacro per la colonna vertebrale, con un tempo complessivo di pausa che è assolutamente insufficiente a salvaguardarne la salute.

Il tutto condito da promesse di promozione e stabilizzazione per i "migliori", usate come specchietto per le allodole, per farci sopportare quest' "inferno" in attesa del meritato "paradiso" e, al tempo stesso, per metterci in competizione tra noi e dividerci in "buoni" e "cattivi".

Ma è davvero così che potremo avere i nostri diritti? O non è il caso di cominciare a organizzarci e unirci, stabilire tra noi una vera unità come condizione fondamentale per cambiare la situazione?

Non è ancora arrivato il momento di rivendicare passaggi a tempo indeterminato, bloccare l'intensificazione dei ritmi lavorativi, avere pause adeguate alla tutela della nostra salute?

Leggi e contratti collettivi prevedono soluzioni per i problemi più acuti che finora abbiamo vissuto in silenzio e con rassegnazione. Si tratta di farli rispettare!

COBAS METALMECCANICI

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